IL MIO ZAINO NON È SOLO CARICO DI MATERIALI:
DENTRO CI SONO LA MIA EDUCAZIONE, I MIEI AFFETTI, I MIEI RICORDI,
IL MIO CARATTERE, LA MIA SOLITUDINE.
IN MONTAGNA NON PORTO IL MEGLIO DI ME STESSO:
PORTO ME STESSO, NEL BENE E NEL MALE.
Renato Casarotto

domenica 27 luglio 2014

Giro ad anello al Lago di Oriaccia

"Benvenuti in Paradiso" è il motto dell’Alta Val Bognanco, mai scelta fu più azzeccata, soprattutto dopo l'escursione di oggi. Luoghi fuori dal mondo, lontano dal rumore della valle, dove fra muschi e tane di marmotte si entra in stretto contatto con la natura che ci circonda...

Dall'autostrada A26 proseguiamo lungo la superstrada SS33 del Sempione sino all’uscita di Domodossola. Allo stop svoltiamo a destra seguendo le indicazioni per Domodossola e in seguito per Bognanco. Raggiunte le Terme di Bognanco, continuiamo seguendo la valle oltrepassando le frazioni San Lorenzo e Graniga, all'altezza di un tornante tralasciamo la strada a destra che sale a San Bernardo e proseguiamo diritti per la Gomba.
Dopo pochi minuti raggiungiamo la località la Gomba 1250 m dove lasciamo l'auto nel comodo parcheggio. Raggiungiamo il cartello con il motto dell'Alta Val Bognanco "Benvenuti in Paradiso", accanto una palina segnavia ci indica il sentiero da seguire per l'alpe il Laghetto/Laghi di Campo (D16).  Ci incamminiamo a lato del campo sportivo e dopo aver oltrepassato la struttura usata degli alpini sulla sinistra troviamo un ulteriore palina segnavia. Proseguiamo diritti (D16-D14) per poche decine di metri per poi svoltare a destra seguendo le indicazioni per l'alpe del Dente/Lago di Oriaccia. Subito dopo tralasciamo l'ampia pista sterrata a sinistra da cui faremo ritorno (D16) e iniziamo a salire a destra seguendo il D14 che sarà il nostro sentiero fino al Lago di Oriaccia.
Costeggiamo sulla destra un muretto a secco e tralasciata una diramazione a sinistra proseguiamo seguendo le indicazioni per il Monte del Dente. Ci inoltriamo in un fitto bosco e dopo una prima salita arriviamo in un radura con diversi alberi caduti, qui il sentiero tende a sparire, ma facendo attenzione ai sbiaditi segni di vernice bianco/rossi sui sassi e sugli alberi, lo ritroviamo piegando leggermente verso destra, un evidente segnavia su un albero ci da la giusta direzione. Riprendiamo a salire guadagnando quota con diversi tornanti, giunti a un bivio proseguiamo a destra arrivando subito dopo a una palina segnavia, tralasciamo a destra il sentiero per S. Bernardo (GTA) e proseguiamo seguendo il D14.  Ancora una breve salita e usciti dal bosco arriviamo all'alpe del Dente 1850 m, punto panoramico su Domodossola e sulle montagne circostante. Dopo esserci dissetati alla freschissima fontana ricavata da piccoli tronchi scavati, continuiamo seguendo il sentiero che sale dietro alle baite ormai diroccate. Con stretti tornanti, tra radi larici guadagniamo quota e lasciata sulla nostra destra una grossa croce in legno, in breve sbuchiamo in un ampio vallone. Il sentiero prosegue ora in falsopiano verso la costa erbosa che scende dalla cima Verosso. Oltrepassata una palina segnavia (Lago di Oriaccia 0h 45), perdiamo leggermente quota e dopo un ulteriore tratto in costa, risaliamo un costolone roccioso, per poi continuare tra sassi e erba risalendo un dosso, oltre il quale appare come d'incanto il Lago di Oriaccia 2128 m. Uno specchio d’acqua di un blu intenso, immerso in un angolo di natura incontaminata. Dopo una doverosa pausa in questo luogo paradisiaco, raggiungiamo la palina segnavia, da dove seguiamo il sentiero D18 (alpe il Laghetto - Laghi di Campo). Il sentiero scende proseguendo quasi parallelo all'emissario del lago, raggiunta una palina segnavia, tralasciamo il sentiero a sinistra per l'alpe Oriaccia (EE) e proseguiamo a destra seguendo i segnavia bianco rossi. Dopo un tratto in falsopiano, il sentiero scende a sinistra per poi riprendere a salire ripidamente a destra. Al termine della salita continuiamo in piano per pochi minuti per poi salire nuovamente fino a raggiungere il punto più alto dell'escursione. Iniziamo a scendere tra splendidi fioriture e percorrendo un largo canale erboso notiamo sulla nostra sinistra la disposizione strana di alcune rocce. Lasciata sulla nostra sinistra una piccola pozza d'acqua il sentiero scende in maniera costante verso destra, arrivati in vista del rifugio Alpe il Laghetto, tralasciamo a sinistra il sentiero dal quale poi faremo ritorno e in breve arriviamo al rifugio 2039 m, dove facciamo una breve pausa. Per il ritorno seguiamo le indicazioni per la Croce del Vallaro, ripercorriamo in parte il sentiero già fatto, per poi continuare in discesa fino a raggiungere l'enorme croce metallica posta su un dosso panoramico con bella vista su Domodossola. Svoltiamo a sinistra e dopo un ripida discesa proseguiamo con una lunga diagonale, oltrepassato un canale, dopo un tratto in falsopiano arriviamo all'alpe Oriaccia 1561 m. Scendiamo verso un profondo canale attraversato da un torrente che guadiamo, il sentiero diviene ora una comoda mulattiera che seguiamo giungendo a un bivio. Lasciamo a destra il sentiero che scende verso Pizzando e subito dopo alla seguente palina segnavia proseguiamo verso destra tralasciando il sentiero che sale verso S. Bernardo. Arrivati in prossimità dell'alpe La Gomba seguiamo alcuni cartelli che indicano il parcheggio, incrociata una pista forestale la seguiamo verso sinistra e in pochi minuti ritorniamo al punto di partenza.
Malati di Montagna: Angelo, Lorenzo, Pg, Danilo e Fabio

...lo scorrere dell'acqua...


...verso il Paradiso...


...angoli di paradiso...



...non so se questo è il Paradiso...


...ma sicuramente lo vorrei così...


Il rifugio Alpe il Laghetto è ubicato, in località omonima, a 2039 m
Ricavato dalla ristrutturazione di una vecchia casera, in tipica architettura alpina ed utilizzando solo materiali del luogo, è stato inaugurato il 19 luglio 1998.
Il rifugio è gestito direttamente dai Soci CAI della Sottosezione di Arsago Seprio (VA)


panorama dalla Croce del Vallaro




domenica 20 luglio 2014

Monte Leone: cresta ovest - cresta sud

Dopo tanta assenza e le avverse condizioni meteo decidiamo di sfruttare la giornata di sabato. Siamo partiti venerdì sera da Legnano, in direzione Gravellona Toce, superata, continuiamo in direzione Domodossola - Passo del Sempione. Dopo l'ultimo paese in territorio italiano (Trasquera) la strada comincia a salire fino al passo (quota 2005 mslm).Dormiamo in auto (posteggio dell'ospizio) e al mattino (sveglia ore 4.30) ci incamminiamo verso la cima del monte Leone (la più alta vetta delle Alpi Lepontine 3553 mslm). Dal posteggio si segue una carrareccia in direzione di un grosso traliccio dell'alta tensione con sottostante una casetta. Si può osservare un'impianto di risalita, al momento non funzionante. Raggiungo il traliccio, il sentiero procede per circa 10 minuti in piano e costeggia un canale irriguo (ben segnato con bollini bianchi-rossi). Finita la parte pianeggiante, bisogna tenere la destra e si risale dapprima dei prati e successivamente il sentiero cambia aspetto (diventa decisamente più sassoso). I bollini colorati vengono meno e perciò bisogna puntare ad un palo di legno che rimane un buon riferimento. Da qui è possibile osservare la conca del passo del Sempione e la strada che scende verso Briga (CH). Il sentiero, a questo punto, diventa meno evidente anche se ci sono spesso degli ometti in pietra. Date le particolari condizioni di innevamento di quest'anno si procede tra rocce e chiazze di neve tenendo l'Hübschhorn sulla destra (vetta oltre i 3000 mslm). A questo punto si continua a salire questa volta seguendo dei bollini verdi che portano fino al Breithornpass (valico tra il Breithorn ed il Monte Leone). Al termine delle ultime roccette decidiamo di legarci e mettere i ramponi. Seguiamo la traccia fino al Breithornnpass che dapprima rimane centrale e poi punta sotto la vetta del Breithorn. Raggiunto il colle la vista sulle cime circostanti si allarga, anche se non si vede ancora il Monte Leone. Procediamo sul falsopiano lasciando il Breithorn sulla destra. Superiamo un laghetto ancora ghiacciato e, a questo punto, si può ammirare la cima del Monte Leone. Il ghiacciaio declina verso valle, bisogna tenere la sinistra, fino al raggiungimento della biforcazione della traccia. La prima tiene il lato destro e punta verso la cresta sud (via normale), noi, invece, teniamo la sinistra puntando ad una rampa inclinata 35° (quota 3403 mslm). Finita la rampa si può osservare il versante nord (la famosa "paretina" con inclinazione 45°). Decidiamo di togliere i ramponi ma di rimanere comunque legati. Si procede quindi sulle cresta ovest. La via presenta passaggi di II e III grado su roccia. Sono presenti molti punti di appoggio e comodi posti per effettuare le soste. Infine si raggiunge la cima. In vetta è presente un punto trigonometrico. Mangiamo qualcosa velocemente in vetta e poi scendiamo per la cresta sud. Alcuni tratti vengono fatti disarrampicando. La roccia risulta essere comunque di buona qualità (molto compatta e con ottimi appigli). Si raggiunge un piccolo terrazzino tra due blocchi di forma parallelepipeda. Si scende quindi sul ghiacciaio. Decidiamo di rimettere i ramponi. Seguiamo la traccia che porta al Breithornpass e arrivati procediamo a ritroso del sentiero di andata, fino a raggiungere l'auto

Tempo di salita: 8 ore 
Tempo di discesa: 4.5 ore
Difficoltà: PD+
Materiale necessario: imbrago, corda, ramponi, qualche cordino, casco

Malati di montagna: Davide Simeone

Morena 
Bollini verdi 

Breithornpass

Breithornpass

In fondo il Monte Leone, sulla destra la cresta sud, a sinistra la cresta ovest

Arrivo dopo il pendio di 35°, si osserva bene il ghiacciaio a partire dal Breithornpass

La cresta ovest
Il tratto terminale della cresta ovest 
La cima del Monte Leone 3553 mslm

sabato 19 luglio 2014

I laghi di Porcile, perle cristalline nel Parco delle Orobie Valtellinesi

“I tre laghetti sono situati su livelli diversi, a poca distanza l'uno dall'altro, sui morbidi declivi che scendono dal Monte Valegino (2415 m) e dal Passo di Porcile (2290 m), sotto la cima più imponente ed erta, ma non molto più rilevata, del Monte Cadelle (2483 m), un punto panoramico molto rilevante di questo tratto della catena orobica. Come s'è già detto, i tre laghetti. dai colori cangianti tra l'azzurro, il verde, il grigio, situati tra pendici verdeggianti e brevi bastionate di rocce rotte, alla confluenza di vallecole ricche di neve e acque e poi di erbe e fiori, concorrono a comporre una sorta di quintessenza di paesaggio alpestre. 
A poca distanza una Valle dei Lupi non riesce a preoccupare troppo... (sempre che il toponimo originario non abbia - come è possibile - tutt'altro significato. Si ricorda che in questa valletta vi era miniera di ferro). È possibile immaginare qui la forma e il corso delle antiche colate glaciali che hanno escavato le conche, smussato le forme di una roccia ora friabile (micascisti), ora più resistente (gneiss) creando uno svasato altopiano dove stanno alcuni tra i migliori pascoli delle Orobie. L'accesso è relativamente agevole, per bei sentieri, dal parcheggio in fondo alla Val Lunga (1400 m ca.), passando per la Casera Porcile (1800 m), in una prima conca prativa, donde poi la vallata si apre a ventaglio, con varie possibilità di salita.”

"Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi

Fra i più belli e caratteristici della catena orobica sono da annoverare sicuramente i laghi di Porcile. Di origine glaciale, sono tre specchi d'acqua distribuiti secondo un disegno a spirale ascendente, trovandosi su tre terrazzi di escavazione posti a quote differenti fra loro, gli esperti definiscono questa confermazione "a rosario". Punto culminante di questa giornata il Passo di Porcile posto a confine tra la provincia di Sondrio e Bergamo.

Seguendo la strada verso Colico-Sondrio, dopo il paese di Talamona seguiamo a destra le indicazioni per la Val Tartano. Dopo circa 1 km circa svoltiamo nuovamente a destra, per poi iniziare a risalire con numerosi tornanti la strada. Attraversati i paesi di Campo e Tartano, giunti davanti all'albergo Vallunga, imbocchiamo a sinistra la strada che percorre la Val Lunga costeggiando il fiume Tartano. Poco dopo la località La Pila (grande spiazzo dopo una galleria artificiale), terminata la strada asfalta, proseguiamo su sterrato, percorribile da qualsiasi automezzo. Giunti a un bivio risaliamo la ripida strada in cemento a sinistra verso il rifugio Arale, prima del ponte svoltiamo nuovamente a sinistra e dopo una curva parcheggiamo davanti a un bel gruppo di baite. In alternativa al bivio consigliamo di proseguire diritto e dopo pochi minuti arrivati nei pressi di un ponte in legno lasciare l'auto negli spazzi 1470 m.
Ultimati i preparativi attraversiamo il ponticello e in breve raggiungiamo Arale 1485 m, dove da poco tempo c'è il rifugio il Pirata e subito dopo il rifugio Beniamino o Prealpi. Da qui si hanno due possibilità scendere al sottostante ponte in legno (parcheggio), o proseguire seguendo la stradina sterrata. In entrambi i casi si arriva nei pressi di una fresca fontana dove accanto inizia il sentiero. Le paline segnavia sembra che da queste parti non ne facciano molto uso, ma comunque i sentieri sono discretamente segnati.
Nel primo tratto entriamo in un fresco bosco e dopo un pannello didattico del Parco delle Orobie Valtellinesi, usciamo all'aperto. Oltrepassate la Prima Baita 1584 m e la Baita Bianca 1624 m, proseguendo la salita verso sud arrivando a un torrentello che scende dalla Val Dordonella, sovrastato da un ponte in cemento con il quale lo attraversiamo. Piegando ora leggermente verso sinistra e attraversato un breve tratto di bosco formato da larici, raggiungiamo la bella conca erbosa do sono adagiate le baite della Casera di Porcile 1809 m.
Pochi metri prima d'arrivare al torrente che scorre lentamente nell'amena piana, ci si può dissetare a una fresca sorgente sulla sinistra, il corso d'acqua viene guadato passando su alcuni sassi, attenzione a non scivolare! Prima d'attraversare il torrente, alla nostra sinistra si possono notare i segni di vernice giallo/rossi, questo sarà il sentiero con il quale chiuderemo l'anello. Qui siamo nel cuore dell'antichissima civiltà del Bitto, il celeberrimo formaggio grasso DOP prodotto nelle vicine Valli del Bitto di Albaredo e Gerola, ma anche Val di Tartano.
Non ci dirigiamo verso le baite, ma proseguiamo verso destra, per un rado bosco di larici e pascoli, fino alla "Baita del Zapel del Lares" a 1900 m, dove incontriamo un bivio. Tralasciamo il "Senter de la Crus de Purscil" che prosegue verso destra, e imbocchiamo il "Senter di Lach". Dopo aver superato un tratto roccioso, attraversiamo l'emissario del minore dei laghi e poco oltre alla "Baita Pianu" a 2000 m, arriviamo al Lach Pinìi 2005 m (lago Piccolo). Continuando sul sentiero, in pochi minuti giungiamo al secondo lago, il "Lach Grant" 2030 m (lago Grande), uno splendido specchio d'acqua dove si specchiano alcuni rododendri in fiore. Finalmente ecco la prima palina segnavia, proseguiamo verso il Passo di Porcile (sent. 112), subito dopo su un masso troviamo fissata una targa che ci ricorda che quello che stiamo percorrendo è il Sentiero Andrea Paniga (denominato così dal 1998, in ricordo di un giovane appassionato di montagna, prematuramente scomparso).
In breve giungiamo a un bivio, tralasciamo il sentiero che prosegue verso destra e seguendo i segnavia bianco/rossi (GVO) pieghiamo decisamente verso sinistra. Guadagniamo quota con qualche stretto tornante arrivando ad un più marcato bivio, il GVO prosegue a destra, salendo verso il crinale e arrivando al Passo Tartano, mentre il nostro sentiero continua a sinistra segnalato con la numerazione 201.
In pochi minuti arriviamo all'emissario e successivamente al "Lac de Sura" a 2095 m (Lago di Sopra), costeggiamo in falsopiano lo splendido specchio d'acqua e raggiunta una baita solitaria, proseguiamo in salita affrontando l'ultimo tratto di salita verso il Passo di Porcile.
Il sentiero in alcuni tratti è solamente una traccia, ma comunque i segnavia rosso/bianco/rossi danno sempre la giusta direzione. Arrivati a una palina segnavia ignoriamo il sentiero a sinistra per il Passo Dordona e il Passo dei Lupi, con il quale faremo poi ritorno e proseguiamo verso l'evidente intaglio del passo, fra il versante che culmina nella cima delle Cadelle a sinistra, ed il monte Valegino a destra.
Poco dopo ignoriamo una seconda deviazione a destra, questo sentiero taglia il versante del M. Valegino effettuando un traverso fino a raggiungere il crinale, dove incrocia il sentiero che conduce al Passo di Tartano. Ignorata anche questa deviazione, risaliamo il corridoio terminale, a sinistra rispetto al punto più basso della depressione e dopo un breve tratto su pietraia arriviamo al Passo di Porcile 2290 m. Continuando sul lato apposto si scende in Val Brembana verso la località turistica di Foppolo che si può già vedere dal passo.
Per il ritorno ripercorriamo il medesimo itinerario fatto in salita fino alla prima palina segnavia (ultima salendo al passo), dalla quale seguiamo le indicazioni a destra (sent. 201A) per il Passo dei Lupi e il rifugio Dordona.
Il sentiero prosegue in falsopiano compiendo un grande giro ad arco verso destra e dopo alcuni saliscendi raggiungiamo la “Baita di Lüf a Volt” a 2160 m. Siamo nella solitaria e affascinante Valle dei Lupi, tralasciamo il sentiero a destra che sale verso l'omonimo passo e dalla baita iniziamo a scendere a lato del torrente fino a raggiungere la successiva "Baita de li curteselìn" a 1975 m, adagiata vicino alle sponde impoverite di quello che doveva essere il quarto lago (o forse l’antico luogo di pulitura del materiale cavato dalle vicine cave di siderite), qui si può anche arrivare dal secondo lago di Porcile. Scendiamo ora tra i prati inselvatichiti fino al torrente che attraversiamo, pieghiamo verso destra incrociando una traccia che scende verso una sorta di canyon. Riattraversato il torrente riprendiamo il sentiero ora ben più evidente, denominato “Senter de li Curtesèli”, continuiamo a scendere sulla destra orografica della profonda forra scavata dal torrente Entrati nel bosco, dopo una serie di tornanti sbuchiamo nella conca della Casera di Porcile. Seguendo alcuni vecchi segnavia rossi/gialli costeggiamo il torrente e in pochi minuti ritorniamo sul sentiero fatto all'andata in prossimità della sorgente, da qui ripercorriamo il medesimo percorso fatto al mattino.
Malati di Montagna: Silvio, Danilo e Fabio

Primo Lago 2005 m


Secondo lago 2030 m


Terzo lago 2095 m



"Continuando...dopo Tartano a risalire per il versante orientale si entra nella Val Lunga, disseminata di casolari e di alpi. In alto essa offre tre valichi... Il secondo valico s'apre fra la cima di Valegina e il monte Cadelle (2530 m.), e conduce direttamente a Foppolo; il sentiero che guida a questo passo si stacca dall'ultima baita, in fondo alla valle, e sale ripido costeggiando tre graziosi laghetti."
Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio (1873)

Passo di Porcile 2290 m
Danilo e Silvio


Valle dei Lupi (Val di Lüf)
con la Baita de li curteselìn


dettagli e traccia gpx


venerdì 18 luglio 2014

I sentieri della Grande Guerra

Dal 18 luglio si può acquistare, in abbinamento editoriale con il Corriere dell Sera, un'opera che raccoglie 23 proposte di itinerari con i quali il CAI intende far conoscere la storia, le vicende e i percorsi della Prima guerra mondiale sulle Alpi.


Un’opera per conoscere storia, vicende e percorsi della Prima guerra mondiale sulle Alpi. A cento anni dallo scoppio della Grande Guerra, il Club alpino italiano e il Corriere della Sera propongono il volume  “I sentieri della Grande Guerra”, in edicola a partire da venerdì 18 luglio a € 12,90 più il prezzo del quotidiano.
La pubblicazione, che intende essere un viaggio appassionante nei luoghi della storia percorrendo le vie del fronte, raccoglie 23 proposte di itinerari curati dal Club Alpino Italiano per scoprire i luoghi della Grande Guerra: Adamello, Pasubio, Altopiano dei Sette Comuni, Monte Grappa, Lagorai, Tofane, Monte Piana, Lavaredo, Region Popèra.
Come sottolinea il Presidente generale del CAI Umberto Martini nella presentazione, l’opera, promossa dalla Commissione Centrale Pubblicazioni, “vuole rinnovare la memoria di quanto allora avvenne attraverso un percorso storico-letterario in cui la montagna appare simbolo e metafora del cammino del nostro Paese”. Un percorso, continua Martini, “che illustra alcuni luoghi dove avvennero i combattimenti sulle nostre Alpi, che possono essere visitati per buona parte senza particolare difficoltà”.
Il Club alpino italiano con il ricordo non intende dare alcuna enfasi alla guerra in questione, poiché essa, in quanto tale e come tutte le altre che si ricordino, ha comportato vittime e una grandissima sofferenza e disagio tra la popolazione civile. Parimenti il Sodalizio intende ricordare il sacrificio dei propri Soci che presero parte al conflitto e i valori di appartenza al Paese che lo hanno contraddistinto fin dalla sua fondazione nel 1863.
Con “I sentieri della grande Guerra”, il CAI intende fornire a tutti gli appassionati una guida indispensabile per conoscere i luoghi in cui migliaia di soldati hanno vissuto e combattuto. 
Itinerari, cartine e immagini sono arrichiti da racconti di oggi e testimonianze d'epoca.

martedì 15 luglio 2014

IL RICORDO DI UN PASTORE

domenica 13 luglio 2014

Da Varzo ad Agro Fuori e Dentro

Percorriamo "l'Autostrada dei laghi" (A8) fino alla deviazione per la A26 (Genova/Gravellona Toce). Seguendo le indicazioni per Gravellona Toce, oltrepassata la barriera di Arona continuiamo sulla "superstrada" per poi immetterci, senza accorgersene (se non per il diverso colore della cartellonistica stradale che da verde passerà a blu, attenzione, il limite sarà di 90 Km/h), nella "Statale del Sempione" (SS33) grazie alla quale, seguendo le indicazioni Sempione/Confine di Stato, raggiungiamo Varzo. Consiglio di non uscire alla prima uscita (Varzo Sud) ma alla seconda. Dopo il bivio per S. Domenico, svoltiamo a sinistra e in breve raggiungiamo la stazione ferroviaria, dove lasciamo l'auto nell'ampio parcheggio.
Risaliamo la scala e attraversati i giardini pubblici, intersechiamo Via Sempione (volendo si può seguire la strada verso sinistra, arrivando in circa 10/15 minuti a Ponte Boldrini). Sul lato opposto imbocchiamo Via Grabrile Lorenzone, una stretta viuzza selciata, che in leggera salita si addestra tra le case, giunti in Via Fontana la seguiamo a sinistra e poco dopo l'abbandoniamo raggiungendo un bellissimo lavatoio, oltre il quale arriviamo in Via Galtarossa, che seguiamo verso sinistra. Oltrepassata una cappella, ignoriamo la strada in salita verso destra in salita e proseguendo diritti in breve giungiamo in Via Sempione. Continuando a destra in pochi  minuti arriviamo al ponte sulla Cairasca o Cherasca chiamato Ponte Boldrini (in passato Ponte Santino). Qui siamo proprio ai piedi della rupe di Trasquera e alzando lo sguardo, possiamo intravedere il campanile della chiesa tra le rocce.
Appena oltre il ponte si stacca sulla destra una mulattiera, con segnavia bianco-rossi, detta Sentiero del Brocc o Vèia d'Brocc. Con uno sviluppo lineare di 2800 m e con una pendenza media del 16%, permetteva di raggiungere Trasquera prima della costruzione della strada carrozzabile nel 1961. La seguiamo risalendo i numerosi tornanti, tra faggi e castagni, durante il tragitto incontriamo due cappelle la prima detta del Sasso e la seconda del Pianzolo.
Dopo la casa dell'Enel, accanto alla condotta forzata, tralasciamo la stradina a destra e continuando diritti in pochi minuti oltrepassati i circa 500 metri di dislivello arriviamo alla Chiesa parrocchiale di Trasquera 1036 m (ben visibile da Varzo), dedicata ai santi Gervasio e Protasio e situata in suggestiva posizione su una roccia a picco sul fondovalle.
Continuiamo sulla strada principale (Via Alpi Lepontine) verso il centro paese, poco prima di arrivare l'abbandoniamo per proseguire a destra seguendo una mulattiera contrassegnata dai segnavia rosso/bianco/rosso in breve arriviamo sul retro del comune 1100 m. Sulla destra troviamo una palina segnavia (Sotta 25 min. - Agro fuori 2 ore - Giro di Agro 3.40 ore), sormontata da un grosso cartello giallo (Mulattiera: alpe Coina, alpe Nembro, alpe Veglia, alpe Vallè).
Ci incamminiamo lungo la stradina asfalta e oltrepassate alcune baite, imbocchiamo il sentiero (F38) a sinistra indicato da una palina segnavia. Dopo un breve tratto in salita arriviamo in un pianoro cosparso da alcune baite ristrutturate, seguiamo ora un tratturo a sinistra e oltrepassata una grossa croce proseguiamo sul sentiero a sinistra seguendo sempre gli evidenti segnavia.
Giunti a un bivio continuiamo seguendo le indicazioni per Sotta/Agro Fuori, intersechiamo nuovamente una sterrata che abbandoniamo quasi subito per proseguire a destra in una stupenda pineta arrivando in località Sotta 1250 m. Dalla cappella continuiamo seguendo il sentiero F38, lasciate alle nostre spalle le ultime baite entriamo in una fiabesca pineta. Attraversato il pianoro del Lavazzan, in breve raggiungiamo il “Balm dla cola”. Il sentiero ora inizia a salire la ripida cresta boscosa, fino a raggiungere l'ultimo tratto che superiamo aiutati da una vera opera d'ingegneria alpina. Un'ardita scalinata scavata nella roccia, con alcuni tronchi di legno a funzione di parapetto. Dopo questo tratto suggestivo ci fermiamo qualche istante su un balcone naturale ammirando il panorama sottostante. Riprendiamo il cammino e dopo pochi minuti arriviamo sul pianoro dove sono adagiate le baite dell'Alpe Agro Fuori 1797 m. Oltrepassata una fresca fontana raggiungiamo la cappella dedicata alla Madonna di Lourdes dove ci fermiamo per una sosta rigeneratrice.
Dalla palina segnavia proseguiamo seguendo il sentiero F40 in direzione di Agro Dentro. Raggiunta una baita in fase di ristrutturazione, il sentiero piega leggermente a destra per poi entrare nel bosco. Dopo un breve tratto in salita iniziamo a scendere arrivando all'alpe Agro Dentro 1731 m, con le sue  baite ancora in buono stato di conservazione, e dove il tempo sembra essersi fermato. Da qui in poi il sentiero è da percorrere con un minimo d'attenzione, per la notevole pendenza e per alcuni tratti esposti, passando a lato di vertiginose pareti.
Dopo un tratto nel bosco il sentiero termina sulla strada asfaltata per Bugliaga, per chi lo desidera in  circa 10 minuti si può raggiungere il ponte del diavolo. Proseguiamo ora verso sinistra e in pochi minuti arriviamo al bivio per Sotta/Fraccia, da qui proseguiamo sulla mulattiera a sinistra contrassegra con i segnavia bianco/rossi. Rimanendo poco più alti rispetto alla strada asfalta, in breve arriviamo a Trasquera, da dove ripercorriamo il medesimo percorso fatto al mattino.
L'escursione si può dividere anche in due singole uscite, la prima fino a Trasquera, ritornando poi per il medesimo sentiero o eventualmente servendosi di due macchine, adatta anche ai bambini che vogliono avvicinarsi alla montagna. La seconda lasciando la macchina nei pressi del comune di Trasquera e compiendo l'anello come descritto.
Malati di Montagna: Andrea, Danilo e Fabio

sentiero del Brocc (la Vèia d’Brocc) 
Con interventi succedutisi negli anni l'originario tracciato fu continuamente migliorato fino ad assumere verso l'anno 1917, l'attuale aspetto con fondo lastricato, cunetta laterale e muretti di valle con parapetti in pietra nei tratti più scoscesi e la costruzione dei due bellissimi ponti ad arco in pietra che sovrastano la condotta forzata dell'ENEL, chiamati "Il Ponte Sotto" e "Il Ponte Sopra".



La chiesa parrocchiale dei SS. Gervasio e Protasio a Trasquera
Edificata sui resti di una cappella dedicata alla Maddalena, la chiesa risulta esistere almeno dal 1321 quando è citata dagli statuti della Val Divedro. Il campanile presenta feritoie, bifore e specchiature cieche decorate con archetti, mentre l'interno a tre navate custodisce un pregevole organo del 1878. Le forme attuali denotano diversi interventi di ampliamento avvenuti a partire dal 1550 e ancora dal 1574 al 1620, come testimoniano le date scolpite esternamente


ardite mulattiere poco prima dell'Alpe Agro Fuori


La cappella dedicata  alla Madonna di Lourdes inaugurata il 7 giugno 1931 a "Ayar da tfo" (Agro di Fuori), da allora è la meta annuale della festa mariana fissata nella ultima settimana di maggio. 


un rara foto d'epoca


...dall'Alpe Agro Fuori...


...forse è proprio questa la montagna che preferisco...




alpe Agro Dentro 1731 m




Questa e altre bellissime escursioni le trovate nella nuova guida scritta dall'amica Marina Morandin, gestore con il marito Enrico del Rifugio Crosta all'alpe Solcio


venerdì 11 luglio 2014

Morso di vipera e norme comportamentali

In Italia le specie di serpenti sono 23, ma soltanto quattro di queste appartengono alla famiglia dei Viperini, sono cioè velenose e pericolose per la specie umana. La Vipera aspis o vipera comune, è la più diffusa e provoca il maggior numero di casi di avvelenamenti, predilige luoghi caldi e aridi, frequentemente sotto i sassi, in mezzo ad arbusti e siepi. È presente in tutte le regioni, esclusa la Sardegna (che non possiede serpenti velenosi). La Vipera berus o marasso palustre, diffusa in montagna, è piuttosto aggressiva. La Vipera ammdytes o vipera dal corno, si trova nelle Alpi Orientali. È poco aggressiva, ma il suo veleno è il più pericoloso. La Vipera ursinii, si ritrova nel Gran Sasso, è la meno velenosa ed aggressiva.

CARATTERISTICHE
la vipera è un serpente lungo meno di un metro (generalmente 40- 80 cm), di colore grigiomarrone, talora rossastro o giallastro, con una striscia a zig-zag sul dorso. La testa è triangolare ed è più larga del corpo, pupille degli occhi a fessura verticale; presenta una coda che finisce bruscamente dopo il corpo cilindrico.
Quando una persona è morsa da un rettile è di fondamentale importanza tenere conto delle seguenti variabili:
1. il rettile potrebbe non essere una vipera
2. se il rettile è una vipera ( riconosciuta ), potrebbe non avere inoculato il veleno (cosiddetto “morso secco” ), o avere inoculato una dose ridotta. Questo dato ha portato alla definizione di un protocollo diagnostico – terapeutico pressoché sovrapponibile in tutti i paesi, che partendo dal presupposto che ”morso di vipera” non significa “avvelenamento da morso di vipera”, orienta al trattamento del paziente.

IL MORSO avviene in 3 fasi
1. apertura della bocca con un angolo > 180°
2. estrazione delle zanne
3. Morso

La gravità dell’avvelenamento dipende dalla quantità di veleno iniettato; con un morso viene inoculato il 4-7% della quantità del veleno. Ci possono essere anche 20-30 attacchi successivi, fino a scaricare del tutto le ghiandole velenifere. In media un morso può contenere dai 5-40 mg di principio attivo, minore se la vipera ha da poco morso un altro animale. Le sedi prevalentemente colpite sono: arti inferiori e superiori, ma i siti di aggressione più pericolosi sono il collo o la testa. Il quadro clinico varia in base alla:
- sede del morso
- tempo trascorso dal morso
- temperatura ambientale (il caldo, per la vasodilatazione, facilita il passaggio in circolo del veleno)
- attività svolta dalla vittima dopo il morso ( se la vittima inizia a correre, aumenta il passaggio in circolo del veleno)
- età del rettile (le vipere giovani hanno un veleno meno pericoloso)
Circa il 20% dei morsi di serpente sono morsi “secchi” in cui non vi è alcuna inoculazione di veleno. Il veleno è essenziale per la vita del rettile, quindi la vipera tende a non sprecarlo mordendo l’uomo. Ecco perché a volte si ha evidenza della sede di puntura, ma non c’è comparsa di sintomi sistemici.

COME RICONOSCERE IL MORSO
Il segno caratteristico è la presenza di 2 piccoli fori distanziati di 0,5-1 cm, più profondi degli altri, corrispondenti ai segni lasciati dai denti veleniferi. Talvolta il morso può presentare anche altri segni: oltre ai fori dei denti veleniferi, infatti, può essere presente il segno lasciato dagli altri denti, molto meno profondo ed evidente. Il morso di altri serpenti non velenosi, non presenta i due fori maggiori, ma il segno dell’intera arcata dentaria, a forma di V. Attenzione, potrebbe capitare che la vipera abbia perso un dente velenifero, oppure che il morso non sia andato a segno completamente e a fondo. In tal caso può essere presente un solo foro del dente velenifero.

COMPOSIZIONE DEL VELENO
Il veleno della vipera è costituito da acqua, protidi, nucleotidi, ioni, metalli: sostanze che servono ad immobilizzare, uccidere e digerire la preda. Gli effetti locali e sistemici che ne derivano sono di tipo cardiotossico, nefrotossico e neurotossico; possono concomitare disturbi della coagulazione.

EFFETTI CLINICI LOCALI
Entro pochi minuti dal morso compaiono dolore urente e bruciore severo, seguito da edema duro, ingravescente , eritema, petecchie, ecchimosi e bolle emorragiche che tendono ad estendersi lungo l’arto colpito. Entro 12 ore possono comparire flittene, linfangite, adenopatia.

EFFETTI CLINICI SISTEMICI
Ai segni locali, in relazione alla dose, alla zona interessata e alla taglia del soggetto, si aggiungono sintomi generali con turbe emodinamiche, digestive, coagulative, renali e neurologiche.
Le turbe emodinamiche sono determinate da una fuga massiva di liquidi verso l'interstizio con conseguente comparsa di ipotensione e shock. Le turbe digestive per iperattività della muscolatura liscia consistono in vomito, diarrea, nausea e crampi addominali. Le alterazioni della coagulazione possono includere fibrinolisi , trombocitopenia, emolisi, fino ad una coagulazione intravascolare disseminata. Le turbe renali sono per lo più la conseguenza dell'ipovolemia acuta. Le turbe neurologiche (tardive) comprendono fascicolazioni, convulsioni, paresi, ptosi palpebrale e diplopia.

PREVENZIONE
La prima misura di prevenzione è quella di indossare un abbigliamento adeguato alle passeggiate in luoghi impervi (scarponcini da trekking o da montagna, calze, pantaloni lunghi) che mantengano coperte e protette zone del corpo a rischio di morso. La seconda misura preventiva consiste nel porre la massima attenzione a dove si mettono le mani senza protezione (ad esempio durante la ricerca di funghi, asparagi). Ricordiamo a questo proposito che la vipera non attacca, ma si difende solo se disturbata da vicino e alla presenza dell'uomo reagisce primariamente con la fuga.

COSA FARE
- rimanere tranquilli: l’agitazione provoca l’attivazione incontrollata dei meccanismi da stress che provocano una più rapida diffusione del veleno. Prima che il gonfiore lo impedisca sfilare anelli, bracciali, etc.
- disinfettare: è opportuno lavare la ferita con acqua ossigenata,con permanganato di potassio o con acqua semplice perchè il veleno di vipera è idrosolubile. Sono da evitare disinfezioni con alcool o sostanze alcoliche, perché il veleno della vipera a contatto con alcool forma composti tossici.

Morso arti inferiori (gambe) 
Applicare una benda larga almeno 10 cm. e lunga circa 10 metri, tirando ed esercitando una discreta pressione. Tale bendaggio va esteso il più alto possibile e comunque anche al di sotto del punto morsicato. Per effettuare, infine, una buona immobilizzazione dell'arto, va applicata e congruamente fissata, una stecca rigida. Se queste due operazioni sono state correttamente eseguite, la compressione così esercitata non risulterà fastidiosa per l'infortunato e soprattutto potrà essere mantenuta in sede per diverse ore. In ogni caso NON DOVRA' ESSERE RIMOSSA fino a che il paziente non sia giunto al più vicino posto di pronto soccorso ospedaliero.

Morso arti superiori (braccia)
Effettuare un bendaggio compressivo ( benda alta 7 cm e lunga 6 metri), partendo dalla punta della dita della mano, arrivando fino al gomito (purché non impedisca la circolazione arteriosa: il polso deve essere percettibile); se si desidera comunque un margine di sicurezza superiore o se il morso è in prossimità o addirittura al di sopra del gomito, allora è necessario e consigliabile fasciare l'intero braccio fino alla spalla. Si procederà, quindi, come per l'arto inferiore, alla completa immobilizzazione con una stecca, bloccando il braccio al tronco.

Morso al tronco, al collo, alla testa
Anche in questo caso (peraltro fortunatamente molto meno frequente) si cerca di ottenere un ritardo della diffusione del veleno. E' consigliabile applicare un tampone rigido sopra la zona morsicata, tenendolo compresso con un cerotto elastico adesivo.
Trasportare la persona colpita possibilmente senza farla camminare e nel più breve tempo
possibile al più vicino posto di Pronto Soccorso.

COSA NON FARE
• evitare di applicare il laccio emostatico; il laccio rallenta o blocca il deflusso venoso creando una indesiderata stasi venosa, mentre non blocca il flusso linfatico, responsabile della diffusione del veleno • evitare procedure di aspirazione o rimozione meccanica del veleno (suzioni, incisioni); non ne è dimostrata l’ efficacia e si possono causare ulteriori danni • non succhiare il veleno dalla ferita con la bocca ( è infatti molto probabile avere nel cavo orale piccole ferite causate spesso dallo spazzolino da denti) • non somministrare alcolici ( hanno effetto depressivo sul SNC e vasodilatatore periferico, facilitando quindi l’assorbimento del veleno).

TERAPIA NON ANTIDOTICA
- Rimuovere l’eventuale bendaggio compressivo
- Effettuare una profilassi antitetanica e antibiotica.
- Provvedere ad una terapia sintomatica per il dolore e somministrare benzodiazepine nei casi in cui compare ansia.
- I farmaci antistaminici e cortisonici (uso anche preventivo, nei casi di alto indice di probabilità che si tratti di morso di vipera) sono utili nei casi in cui insorgano fenomeni allergici.
- Misurare la circonferenza dell'arto almeno 3 volte. La frequenza delle misurazioni viene eseguita inizialmente ogni 1-2 h, ma aumenta in caso di rapida progressione della sintomatologia locale
- Definire il prima possibile la classe di gravità del morso di vipera per stabilire il trattamento da seguire
Grado 0
Tracce del morso, assenza di segni locali (morso secco), Osservazione per 4 h.
Grado I
Edema localizzato alla zona del morso; assenza di segni generali. Osservazione per 24 h: trattare i sintomi e tenere presente che il 10-15% di pazienti nel Grado I diventano di grado II o dopo pochi minuti o tra le 6 e le 16 h .
Grado II
Estensione dell'edema alla radice dell’arto colpito e comparsa di sintomi sistemici:
ipotensione senza shock, vomito e diarrea. Trattamento antidotico.
Grado III
Avvelenamento severo con sintomi gravi. Trattamento antidotico. Monitorare i parametri laboratoristici (Esami ematochimici: coagulazione, prodotti di degradazione del fibrinogeno, D-dimeri, proteine totali, emocromo, enzimi muscolari come CPK, CK-MB, LDH, mioglobina, bilirubina totale e frazionata, creatinina, azotemia, elettroliti, emogasanalisi, glicemia, esame delle urine), clinici (edema, dolore locale, ecchimosi, strie linfangitiche, linfoadenopatie, tromboflebite, nausea, vomito, dolori addominali, dispnea, angioedema, ipotensione, tachicardia, convulsioni e coma) e strumentali (elettrocardiogramma, eco-doppler dell’arto colpito).
Osservazione clinica per 4 h nei pazienti asintomatici (GRADO O).
Osservazione clinica non inferiore a 24 h con eventuale ricovero, anche quando l’avvelenamento è di modesta entità (GRADO 1- 3).
- Disponibilità del siero antiofidico in ospedale per rassicurare i familiari e poter fronteggiare un eventuale rapido peggioramento dei sintomi.

TERAPIA ANTIDOTICA
La somministrazione del siero è indicata solo se il paziente diventa sintomatico, ed in particolare nei casi in cui compaiono :
- Alterazioni dei parametri emocoagulativi
- Ipotensione grave o shock
- Sintomi gastroenterici importanti e prolungati
- Aritmie cardiache, dispnea
- Edema imponente dell’arto coinvolto

SIERO ANTIOFIDICO
Una volta si portava per precauzione, quando si andava in campagna o in montagna; ma ora, a parte il problema della conservazione, che imponeva il rinnovo ad ogni stagione, il siero antiofidico è diventato irreperibile. Il siero antivipera è un farmaco non prodotto in Italia. Proviene dalla Jugoslavia da cavalli immunizzati col morso di vipera per uso esclusivo ospedaliero, un suo uso al di fuori dell’ambiente ospedaliero, oltre che scarsamente efficace (potrebbe essere somministrato solo per via intramuscolare o sottocutanea), esporrebbe il paziente a rischio di reazioni gravi da anafilassi. E’ quindi importante considerare sempre, prima della somministrazione del siero, il rapporto rischiobeneficio per ogni singolo paziente. Solo il 10-20 % dei pazienti con morso di vipera accertato o sospetto richiede la somministrazione di siero.

giovedì 10 luglio 2014

Camminatori, il lungo sentiero della scoperta

Affrettati lentamente. È un motto latino attribuito all’imperatore Augusto che, nell’apparente contraddizione, tiene insieme l’efficienza e la prudenza nell’agire. Proprio l’opposto di quanto accadde nella società contemporanea, tutta tesa verso una continua accelerazione al punto che rallentare sembra sia diventato un lusso. Ma è nella tensione tra questi due atteggiamenti, piuttosto che nella loro contrapposizione, che la nostra umanità si può realizzare.

by Franco


È evidente che non possiamo rinunciare in assoluto alla velocità ma occorre rallentare e anche fermarsi. La lentezza è la condizione per l’ascolto, per l’incontro e se smettiamo per un attimo di correre e iniziamo a camminare ci accorgiamo quanto stiamo perdendo di noi stessi. Peraltro il camminare è la cosa più semplice che tutti sappiamo fare fin da bambini, ma solo recentemente è diventato un atto inaspettatamente attraente, trasgressivo, alternativo, almeno per una parte della popolazione mondiale, quella più agiata e afflitta dal progresso tecnologico.

Molti studi hanno ormai dimostrato che se camminiamo produciamo una buona dose di sostanze, come la serotonina e l’endorfina, che ci danno benessere. Ma camminare ci permette anche di liberare la mente e di entrare in armonia con l’ambiente che attraversiamo in un tutt’uno con tutte le parti di noi stessi. Camminare nella natura, ma anche attraverso paesaggi urbani, ci consente di aprire ad ogni passo delle finestre verso l’esterno. Ma sono anche i sensi ad essere sollecitati: odori, colori, rumori, sapori, il caldo, il freddo. E poi sensazioni tattili: i piedi sul terreno, il vento sulla pelle, la pioggia o la neve sul volto. Con il camminare entriamo in contatto con il nostro corpo e respiriamo il luogo in cui siamo immersi e ogni volta ci appare come nuovo, anche se lo abbiamo già visto, perché diverse sono le sensazioni che proviamo.

Camminare ci consente di leggere in profondità il territorio e chi lo abita, possiamo cogliere dettagli che altrimenti ci sfuggono. Ma per vedere le cose si deve avere il ritmo giusto, altrimenti faremo solo un trasferimento da un punto all’altro e saranno più le cose che si perdono rispetto a quelle che si conquistano. Il ritmo giusto non è necessariamente un cammino lento, semmai è una camminata consapevole che permette di esprimere maggiormente se stessi in rapporto al paesaggio e alla cultura dei luoghi. Escursionismo, trekking, alpinismo ed anche la corsa dolce, sono tutte forme di cammino che si possono affrontare con passo consapevole, senza essere sopraffatti dalla velocità, fermandosi quando vogliamo, quando un incontro richiama il nostro interesse, lasciandosi trasportare dalla casualità degli incontri.

Percorsi Occitani e il modello Val Maira
Maria Schneider è vice presidente dell'associazione Percorsi Occitani, un gruppo di piccoli imprenditori che da quasi vent’anni gestisce il circuito escursionistico più frequentato della Valle Maira. Con il marito Andrea Schneider, ancora all'inizio degli anni ’80, è stata fra i pionieri della rinascita della valle. "Siamo arrivati qui per caso, alla fine degli anni ‘70, sbagliando strada per la Provenza che in quel periodo era la nostra meta per le vacanze" racconta Maria Schneider. "Siamo rimasti colpiti da questa valle e abbiamo deciso di fermarci qui. La nostra prima attività è stata una scuola di lingua italiana per stranieri a Prazzo. I corsi venivano tenuti da professori italiani e nel tempo libero mio marito ed io li accompagnavamo in montagna". Nel 1990 i coniugi Schneider si spostano nel comune di Stroppo e fondano il Centro Culturale Borgata San Martino che diventerà un importante luogo d’incontri culturali, gastronomici e di escursioni. Intanto prende forma il progetto di ripristinare gli antichi sentieri che collegano una borgata all’altra della valle e di unirli in un grande anello escursionistico. "I Percorsi Occitani hanno tanti padri e madri. Il modello è stato senz’altro la Grande Traversata delle Alpi" prosegue la signora Schneider. "Piacciono perché intorno a loro si è sviluppata un’accoglienza particolare: puoi camminare un’intera giornata senza incontrare nessuno, però alla fine del tuo cammino trovi sicuramente un Posto Tappa con dei buoni piatti tipici". Il camminatore dei Percorsi Occitani si ferma in valle dai 7 ai 10 giorni, cambia ogni giorno Posto Tappa e al 95% parla tedesco (tedeschi, austriaci e svizzeri). Con 4000 presenze stimate all’anno offrono lavoro stagionale a circa 50 persone. Il turismo escursionistico ha portato significativi benefici economici in tutta la valle e ha messo un freno allo spopolamento, come ci racconta ancora Maria Schneider: "Con i Percorsi Occitani sono nate nuove strutture ricettive, sono state ristrutturate tante case, la rete sentieristica è segnalata bene e anche l’escursionismo invernale (scialpinismo e racchette da neve, ndr) cresce di anno in anno". E per il futuro la signora Schneider ha le idee chiare: "La Valle Maira rimane una nicchia per persone particolari. Non può sopravvivere solo con il turismo. Se vuole avere un futuro si dovrebbero sviluppare altre attività nel settore agricolo e anche nell’artigianato. In più con gli strumenti di comunicazione di oggi, tanti professionisti (traduttori, architetti, ingegneri, ecc.) potrebbero lavorare qui. Però è una scelta di vita e sono ancora troppo pochi quelli che decidono di venire a vivere qui".

Cammini devozionali, indice di un cambiamento sociale in atto
Dati alla mano ci dicono che il camminare si sta trasformando da una attività fisica all’aria aperta ad uno stile di vita. Alberto Conte si occupa da più di tredici anni della divulgazione del viaggio lento, è fra gli ideatori del Festival della Viandanza e presiede l'associazione il Movimento Lento. Chi meglio di lui può dirci quanta voglia c’è di camminare? "Come dice Rebecca Solnit nella Storia del Camminare "la mente umana funziona a tre miglia all’ora"" ci dice Alberto Conte, "sempre più spesso ci si mette in cammino per prendere decisioni importanti, o per ritrovare se stessi in un momento difficile, o perché ci si trova da un giorno all’altro senza lavoro e si vede in lungo un viaggio a piedi il coronamento di un sogno che non si è potuto realizzare in precedenza". Un sogno ma non per tutti, c’è chi è obbligato a camminare per andare a scuola, per raggiungere un pozzo, per fuggire da una guerra. "Ho spesso visto persone che vivevano in una condizione di povertà e disagio che avevano un’aria molto più felice di molti di noi, cullati dagli agi della "civiltà". Mi piace credere che il cammino in qualche modo contribuisca alla serenità che ho visto nei loro occhi" è il pensiero di Alberto Conte e poi aggiunge: "Non ho dubbi: cento volte meglio andare a scuola a piedi, magari percorrendo chilometri ogni giorno, piuttosto che su un imponente SUV guidato da un padre ricco ma incazzato". La forte crescita del turismo legato all’esperienza dei "cammini devozionali" e la nascita di eventi dedicati al camminare lento, come il Festival della Viandanza, sono l’indice di un cambiamento sociale in atto. "La crisi ci ha sbattuto in faccia i limiti dell’approccio materialista in cui molti di noi sono cresciuti e i cammini devozionali intercettano un bisogno di spiritualità crescente" racconta Alberto Conte. "Il successo del Cammino di Santiago è innanzitutto un fenomeno sociale, un rito collettivo e sicuramente è diventato una moda. Ma nonostante io non abbia una grande simpatia per le mode, questa mi piace particolarmente, perché avvicina molte persone a una pratica che fa bene a loro e a tutta la società".

Sentieri metropolitani, le "vie verdi" di accesso e fuga dalla città
Fra le prime associazioni in Italia ad uscire dai classici percorsi escursionisti alpini c’è Trekking Italia. Dal 1985 le loro proposte di cammino consapevole sono ovunque: litorali marini, colline, fiumi, pianure, laghi, naturalmente le montagne e più recentemente anche nelle città. "Credo che Trekking Italia abbia contribuito a un deciso cambio di rotta fra gli appassionati di montagna" racconta Roberto D'Agostino, da poco alla guida della sua associazione che ogni anno porta in cammino oltre 30.000 persone, e prosegue: "Non solo per aver individuato una serie di luoghi solitamente esclusi dall’escursionismo, ma anche per aver esercitato un presidio civile nelle situazioni di abuso, raccolto e fatto tesoro delle esperienze di migliaia di soci. Tutti i nostri soci sono invitati a costruire la rete di sentieri e relazioni che sono il vero cuore dell’associazione". Reti e itinerari si intrecciano anche nei social network e infatti sta emergendo un nuovo fenomeno: il "social trekking". "È la prosecuzione della promozione sociale, della conoscenza dell'altro. Il punto che ci interessa maggiormente" prosegue il presidente D'Agostino, "è la ricerca orientata ai territori tralasciati. La Via Francigena è l'alta velocità dei sentieri ma, ai suoi lati, quanti altri sentieri si dipartono, quante piccole e nuove economie si incontrano? Questa ricerca è presupposto politico per estendere la conoscenza e la cura del territorio". Fra i collaboratori del presidente D'Agostino c’è Gianluca Migliavacca, socio storico dell’associazione, nella quale è stato anche presidente, coordina la sede milanese ed è l’ideatore dei "sentieri metropolitani". Proviamo a capire cos’è questa nuova proposta. "Sono molte cose e anche una provocazione" racconta Migliavacca. "La lentezza è ancora più provocatoria se applicata nel cuore delle nostre città, anzi direi che camminandola, la rivelazione della stessa città è ancor più sorprendente di quella di un deserto o un ghiacciaio. Studiare le "vie verdi" di accesso e fuga dalla città come strade di "alta lentezza" (dove alta ne misura anche il valore) è una bella sfida alla velocità".

Teddy Soppelsa per Good For Alps, magazine AKU trekking & outdoor footwear.

lunedì 7 luglio 2014

Punture di zecca: cosa fare e come evitarle


Le zecche si trovano di solito dove vivono animali che possono venire parassitati. In particolare le zecche frequentano i boschi di latifoglie umidi e ombreggiati, i luoghi erbosi, i cespugli ed il sottobosco; vivono pure nei prati incolti o nei pascoli frequentati da pecore, da bovini o dalla fauna selvatica, considerati luoghi elettivi. Nel corso degli ultimi anni è diventato sempre più frequente l’ incontro con le zecche da parte dell’uomo. Le zecche non saltano e non volano, ma si posizionano sulle estremità delle piante, aspettando che un animale o l’uomo stesso passino; tali artropodi avvertono la presenza dell’ospite a cause della presenza di anidride carbonica o del calore prodotti dal corpo. Il parassita può annidarsi tra i capelli o pure in ogni parte del corpo.
Le zecche sono artropodi, parassiti esterni che hanno dimensioni di pochi millimetri, appartenenti agli Aracnidi , dell’ordine Acarina, divisi in due famiglie: le Ixodidae o zecche dure, le più diffuse in Europa, e le Argasidae, o zecche molli. In Italia le zecche dure comprendono sei generi: Ixodes, Boophilus, Hyalomna, Rhipicephalus, Dermatocentor, Haemaphysalis; le zecche molli sono presenti, invece, nei due generi Argas e Ornitodorus.
Il “pasto di sangue“ della zecca dura di solito da 3 a10 giorni, nel corso del quale il parassita rimane attaccato all’ospite, succhiandone il sangue. La zecca è provvista di una specie di ago che penetra nel circolo sanguigno dell’ospite; alcune ghiandole presenti nel parassita secernono una sostanza anticoagulante. La zecca inietta una neurotossina che agisce sulla trasmissione neuro-muscolare, che può provocare problemi seri all’uomo se non viene rimosso entro 24 ore.
Quattro sono le fasi del ciclo vitale della zecca: uovo, larva, ninfa e adulto, che possono avvenire tutte su di uno stesso ospite o su ospiti diversi. Diversi gli animali che possono venire parassitati, tra i quali i cani, i cervi, i caprioli, gli scoiattoli e pure l’uomo.
I mesi primaverili o quelli estivi sono quelli preferiti dal parassita. La puntura non è dolorosa in genere, dal momento che viene inoculata dalla zecca una sostanza anestetica, e non causa prurito nell’uomo, passando spesso inosservata. Di solito la probabilità di trasmissione di malattie è bassa se il parassita rimane attaccato per meno di 36-48 ore; ecco perché la zecca deve venire rimossa nel più breve tempo possibile dal corpo.
Zecca Ixodes (Photo James K. Lindsey - wikipedia)
Zecca Ixodes (Photo James K. Lindsey – wikipedia)
Non si deve ricorrere a sostanze particolari (etere, cloroformio, ammoniaca, alcool etilico, acetone, creme, ecc) per facilitare il distacco della zecca dalla cute poiché sembra dimostrato che non servono a nulla a causa di periodi di apnea del parassita stesso ed anche perché possono indurre un riflesso di rigurgito, con aumentato rischio di trasmissione di infezioni. La zecca può essere facilmente rimossa servendosi di una pinzetta, tenendola il più possibile aderente alla cute, tirando delicatamente ed evitando così che il rostro (apparato buccale) rimanga infisso nella cute. Nel corso della rimozione si deve cercare di non schiacciare il corpo della zecca evitando così un rigurgito che può aumentare la possibilità di trasmissione di agenti patogeni. Qualora la testa rimanga conficcata nella cute si può tentare di rimuoverla servendosi di un ago sterile, come si fa di solito per rimuovere una scheggia di legno.
E’ opportuno disinfettare con accuratezza la cute prima e subito dopo la rimozione del parassita, evitando sostanze che colorino la pelle. Si deve cercare di non toccare con le mani nude il parassita, utilizzando invece dei guanti, evitando in tal modo di infettarsi; le mani vanno poi accuratamente lavate. Quando la zecca si stacca rimane un piccolo rigonfiamento di colore rosso, dove successivamente si forma una piccola crosta.
Dopo la rimozione della zecca si deve prestare attenzione per 30-40 giorni (periodo di osservazione) alla comparsa di eventuali sintomi di malattia. La zecca può, infatti, veicolare virus, batteri o altri agenti patogeni, che possono essere trasmessi all’ospite. E’ bene annotare il luogo e la data in cui si è verificata la puntura della zecca. In caso di comparsa di arrossamento cutaneo, di febbre, di dolori muscolari, di dolori o di infiammazione in corrispondenza delle articolazioni di ingrossamento delle ghiandole linfatiche o di sintomi simili all’influenza, contattare il proprio medico curante. Può essere utile conservare il parassita per poterne permettere il riconoscimento.
Le principali malattie che possono essere trasmesse dalle zecche sono: rickettsiosi, borreliosi di Lyme, febbre ricorrente da zecche, tularemia, meningoencefalite da zecche ed ehrlichiosi.
E’ opportuno adottare delle misure di prevenzione nei confronti delle zecche. E’ bene infatti camminare in genere nel centro dei sentieri, evitando in tal modo di venire in contatto con la vegetazione circostante, soprattutto dove l’erba è alta; si deve evitare di sdraiarsi sull’erba soprattutto nelle zone a rischio. Si devono indossare calzature alte e ben chiuse e pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe, possibilmente di colore chiaro per meglio individuare i parassiti, spazzolando gli indumenti prima di entrare in casa. Subito dopo un’escursione in una zona considerata a rischio è utile effettuare un accurato esame visivo e tattile della cute del corpo e degli indumenti, onde rimuovere gli eventuali parassiti presenti, ponendo attenzione alle zone del corpo preferite dalle zecche: testa, collo, parte posteriore delle ginocchia e fianchi, provvedendo all’immediata rimozione di eventuali zecche presenti. E’utile impiegare sostanze repellenti (permetrina, Dee, dimetilftalato, benzoato di benzile o aracnicidi in genere), acquistabili in farmacia, che tengano lontani i parassiti. Tali prodotti vanno utilizzati con attenzione nei bambini a causa di effetti indesiderati. E’ bene pure ispezionare di frequente gli animali domestici, trattandoli con prodotti acaro-repellenti e controllando periodicamente le cucce e trattandole con insetticidi. E’ bene falciare i prati situati attorno alle abitazioni, evitando che le zecche vi si nascondano. Va ricordato, infatti, che è molto meglio prevenire che curare, applicando misure di profilassi comportamentale fondate sull’educazione sanitaria e sull’informazione.
Giancelso Agazzi,
Commissione medica Cai Bergamo

domenica 6 luglio 2014

Pizzocolo, poderoso bastione roccioso sul Lago di Garda

Tra le cime più rappresentative del paesaggio gardesano bresciano emerge il Monte Pizzocolo, evidente baluardo naturale posto all'imbocco di quell'incisione del bacino lacustre benacense che estende le proprie acque fino al territorio Trentino. Il percorso si sviluppa all'interno della Foresta Gardesana Occidentale, che con i suoi 11.058 Ha circa, è la Foresta Regionale più ampia della Lombardia.

Provenendo da Milano seguiamo l'autostrada A4 fino all'uscita Brescia Est, per poi continuare a destra sulla statale 45 bis Gardesana Occidentale, che inizialmente costeggia l’autostrada. Oltrepassate le gallerie e la
deviazione a destra per Salò, proseguiamo costeggiando il lago, attraversando Gardone, Fasano e Maderno. Giunti a Tuscolano dopo il ponte sull’omonimo torrente, svoltiamo a sinistra, in direzione di Gaino. Arrivati all’inizio di Gaino svoltiamo a destra e subito dopo a sinistra, attraversato il paese ci dirigiamo verso la Valle delle Cartiere in direzione Nord. Superati due ponti sul torrente Tuscolano, la strada diviene sterrata ma comunque transitabile. Oltrepassata una santella arriviamo al bivio di Maernì, chiamato localmente “vie che spart” 550 m. Proseguiamo a sinistra fino ad arrivare in prossimità del Palazzo di Archesane 816 m, dove parcheggiamo l'auto.
Dal  parcheggio passiamo accanto all'antico edificio, probabilmente della prima metà del ‘600 e residenza di caccia dei conti Delay, nel passato una delle famiglie più importanti della riviera e dinastia famosa per aver fornito alla Repubblica Serenissima di Venezia le tremila bombarde destinate alla vittoriosa battaglia di Lepanto. Attraversando i prati sulla nostra sinistra possiamo già intravedere la nostra meta il M. Pizzocolo, in leggera salita arriviamo a un'area pic-nic con una bacheca che descrive gli alberi della zona. Ignorata una prima deviazione continuiamo sul percorso principale che diventa sempre più ripido. Proseguendo nel bosco di tanto in tanto incontriamo alcuni cartelli didattici che indicano il nome e le principali caratteristiche degli alberi. Il primo cartello descrive il faggio e  infatti poco dopo entriamo in una bella faggeta. In un tratto in cui la pendenza diminuisce, sulla sinistra troviamo un olmo e subito dopo un frassino maggiore in uno slargo sulla destra, accanto ad una vasca. Superati in successione due tratti con uno steccato, tralasciamo a destra il Sentiero Forestale della Valle Archesane e oltrepassata una sbarra di colore verde che troviamo aperta, in breve arriviamo al Passo Spino 1154 m.
Nei pressi del passo, da tempo passaggio naturale per molti uccelli migratori, è stato ripristinato nel 1999, dalla Regione Lombardia, l’osservatorio Ornitologico Regionale “Antonio Duse”, dove è così ripresa l’attività di “inanellamento”, ovvero la cattura di uccelli seguita da misurazione e marcatura e da successivo rilascio, coordinata a livello europeo dall’EURING - The European Union for Bird Ringing – a livello nazionale dall’INFS - Istituto nazionale per La Fauna Selvatica - e a livello regionale dalla Regione Lombardia. Le prime attività di “inanellamento” furono coordinate dal dott. Antonio Duse dal 1929 al 1933. Dal 1999 al 2003 presso il Passo di Spino sono stati catturati circa 15000 uccelli.
Dal Passo dello Spino imbocchiamo a sinistra il sentiero n. 5 verso il Pizzoccolo, dopo un primo tratto in piano, riprendiamo a salire, dapprima con poca pendenza e poi in modo più ripido. Dopo alcuni lunghi tornanti nel bosco, percorriamo un traverso raggiungendo il Passo delle Merle - Dos delle Prade 1352 m. Dalla palina segnavia proseguiamo verso sinistra, oltrepassando i ruderi di alcune costruzioni militari risalenti alla prima guerra mondiale, a destra il panorama spazia sulla parte meridionale del Lago di Garda, purtroppo oggi compromesso dalle nuvole. Riprendiamo a salire rientrando nel bosco, dopo un tratto a mezza costa in leggera salita, oltrepassati un gruppo di faggi secolari raggiungiamo una casamatta ben ristrutturata, risalente alla guerra 15-18. Continuiamo a mezza costa tra i prati e dopo una curva a sinistra, perdiamo quota per circa una ventina di metri per poi riprendere a salire tra l'erba, sassi e radi alberelli; sulla sinistra possiamo osservare delle rocce con particolari solchi lineari dovuti all’erosione della pioggia sul calcare (campi solcati). Passiamo accanto a una madonnina in un anfratto tra le rocce sulla sinistra e poco dopo raggiungiamo il bivacco Due Aceri del Gruppo Amici del M. Pizzocolo, costruito sui ruderi di una costruzione militare risalente alla prima guerra mondiale e situato sul versante sud del Monte Pizzoccolo. In breve arriviamo alla cappelletta dedicata ai caduti di tutte le guerre, situata a pochi metri dalla cima che raggiungiamo 1581 m. Dalla croce, meteo permettendo si gode di una splendida vista panoramica a 360° sulla cerchia alpina (nelle giornate limpide la visione spazia dal Monte Rosa all'Adamello, dal Brenta sino all'Appennino Tosco-Emiliano), sulla parte centrale del Lago di Garda e sul lato opposto tra le nuvole le pendici del Monte Baldo, sul lago del Valvestino e sulle vallate sottostanti.
Dopo la doverosa pausa ripercorriamo il sentiero fatto all'andata fino al Passo Spino, prima di continuare a scendere sul sentiero fatto al mattino, decidiamo di raggiungere il rifugio Pirlo allo Spino. Tralasciato il sentiero a sinistra che scende verso Verghere/S. Michele, proseguiamo diritto. Oltrepassato un rudere poco dopo sulla destra incontriamo la malga Spino, un cartello ci informa che si tratta di una stazione per la cattura e l'inanellamento degli uccelli a scopo scientifico. Vediamo un altro edificio sulla nostra destra e delle bacheche dell'Osservatorio Ornitologico Duse. Lasciato a destra l'attacco per la ferrata Ernesto Franco, torniamo a salire raggiungendo un punto panoramico, con bella vista sulle vallate da entrambi i lati. Oltrepassato un cancello in legno, tralasciamo a destra il sentiero indicato da una palina segnavia per il M. Spino e continuiamo diritto, dopo pochi metri in leggera discesa arriviamo al rifugio. Il fabbricato, ex caposaldo della seconda linea del fronte italiano durante la prima guerra mondiale, è stato costruito su un rustico di caccia preesistente ed è stato trasformato in rifugio a partire dalla primavera del 1965, dedicandolo alla memoria del Tenente Medico Giorgio Pirlo, caduto in guerra.
Malati di Montagna: Raffaella, Andrea, Lorenzo, Danilo e Fabio

foresta incantata...


Pizzocolo 1582 m


Danilo, Andrea
Lorenzo, Raffaella


oggi il Lago di Garda si presentava così...!!!
sullo sfondo si intravede il Monte Baldo


Rifugio Giorgio Pirlo allo Spino 1165 m
di proprietà del Cai Salò, la gestione è affidata alle esperte mani degli 
"Amici dell'Operazione Mato Grosso"


Siamo un gruppo di AMICI dell'Operazione Mato Grosso, 
facciamo parte dell'Associazione "Sierra Andina" e ci proponiamo di 
sostenere le opere avviate in America Latina Grazie allo sforzo di tanti volontari OMG.
In particolare aiutiamo la Diocesi di Huari, nell'intento di sostenere 
il Clero locale ed avviare con loro progetti di sviluppo
tesi a migliorare sia la qualitá della vita che la parte spirituale,
raggiungendo le zone piú impervie e lontane della Cordigliera Andina.


Campi solcati
Tavolati rocciosi più o meno inclinati, caratterizzati da diverse microforme epigee, quali scannellature, fori di dissoluzione, vaschette di corrosione, solchi, dovute ad azioni di corrosione, dissoluzione e scorrimento superficiale ad opera dell’acqua. Sono conosciuti anche come Karrenfelder (da tedesco Karren).


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