IL MIO ZAINO NON È SOLO CARICO DI MATERIALI:
DENTRO CI SONO LA MIA EDUCAZIONE, I MIEI AFFETTI, I MIEI RICORDI,
IL MIO CARATTERE, LA MIA SOLITUDINE.
IN MONTAGNA NON PORTO IL MEGLIO DI ME STESSO:
PORTO ME STESSO, NEL BENE E NEL MALE.
Renato Casarotto

giovedì 21 settembre 2017

La lunga cavalcata in cresta nell'alta Valzurio

Un angolo delle Orobie poco conosciuto e forse per questo di grande fascino. L'anello anche se lungo e dal notevole dislivello, offre panorami unici su tutte le montagne circostanti, con in primo piano la Presolana, sempre presente per quasi tutta l'escursione. Il tratto in cresta permette di raggiungere in successione il M. Spigla (1762 m), M. Timogno (2099 m), M. Benfit (2172 m). Pregevoli anche le baite che si incontrano lungo il tragitto, quasi sempre ben ristrutturate. Itinerario consigliato a persone allenate e che abbiano già una buona esperienza nel camminare per terre alte...
Malati di Montagna: Danilo e l'homo selvadego 










dettagli e traccia gpx 

sabato 16 settembre 2017

I DISTRUTTORI

C'è un ultimo vallone selvaggio ai piedi del Monte Rosa, esiste da sempre e tra poco non esisterà più. Ora che sono lontano, su un treno che attraversa una pianura che non so guardare, posso chiudere gli occhi e ritrovarmi nel paese di Saint-Jacques, in fondo alla Val d'Ayas, dove l'Evançon è ancora torrentizio, tumultuoso, l'acqua grigia e verde di ghiacciaio. Lassù un ponte di tavole attraversa il fiume e una mulattiera sale nel bosco tra le radici dei larici. Supera un albergo d'inizio Novecento, lusso di poeti e regine, chiuso per sempre col suo secolo glorioso; una colonia dai muri in sasso grigio, dove nessun ragazzo da tempo è stato più visto giocare; una stalla in cui i pastori dell'est accudiscono le bestie d'altri. Ma le cose degli uomini non mi commuovono quanto quelle della montagna, né s'imprimono con tanta forza nella memoria: poco più su il bosco finisce e il sentiero sbuca in una conca che è un piccolo gioiello segreto. Vedo i pascoli del Pian di Tzére (il modo in cui un torrente rallenta e s'incurva in un prato, le sue anse sabbiose, la parola ruscello a cui si concede, prima che un salto di roccia lo renda di nuovo torrente, acqua bianca di schiuma che precipita giù), la pietraia di grandi lastre piatte che una volta ho risalito col mio amico montanaro, ognuno per la sua la strada fino alla cascata (qualcosa ci aveva divisi e quel giorno non parlavamo, camminavamo lontani, forse entrambi speravamo che la montagna risolvesse le cose al posto nostro), il ghiacciaio che in alto sporge dagli strapiombi, bianco lucente sulla roccia nera e marcia, con i blocchi che nel pomeriggio si staccano e si schiantano di sotto (il ritardo del rumore per la distanza: vedere prima il bagliore del ghiaccio che cade, come un lampo, e poi sentire il brontolio del tuono). Ricordi che d'inverno tornano nei miei sogni di città: le torbiere intrise d'acqua di fusione e il sentiero che s'impantana, la montagna che verso i tremila metri è tutta gobbe morbide, morene, avvallamenti. Ho sognato le distese di erioforo in agosto, i fiocchi bianchi che ondeggiano sull'acquitrino come campi di cotone selvatico, e poi il gran lago cupo, nero di nuvole e verde di silice, il verso stridulo dei gracchi nel vento. In riva al lago ho scritto una scena sul mio quaderno, quella in cui Bruno grida alla montagna che lui se ne andrà di lì: l'ho fatto anch'io per sentire come suonava, ho ricevuto l'eco del mio grido e ho visto i camosci fuggire spaventati oltre il colle delle Cime Bianche. Ora tutto questo non esisterà più perché il vallone, che prende nome proprio da quel colle, sarà sacrificato come tutto il Monte Rosa allo sci di discesa. In effetti è un miracolo che esista ancora perché appena al di là, oltre la cresta da cui ho visto i camosci scappare, c'è Cervinia con i suoi impianti e i suoi alberghi, e di qua comincia un comprensorio che unisce Ayas, Gressoney e Alagna: valli che furono un crocevia di lingue e popoli, dove oltre al piemontese e al patois valdostano si parla il tisch dei walser che nel '300 emigrarono a sud del Monte Rosa in cerca di terre coltivabili. Valli di pastori e contadini che cominciarono ad arricchirsi quando, nel Novecento, la villeggiatura in montagna divenne cosa da signori, e lo sci una moda sempre più popolare. Ora per quei villaggi a duemila metri, accanto alle case di legno e e pietra dei walser, passano le piste di due grandi aziende della neve, un'industria turistica da milioni di clienti all'anno, separate solo da questo angolo selvaggio di mondo. Grazie a quella funivia si fonderanno e forse clientela e fatturato cresceranno ancora. Ci credono i politici e gli amministratori locali, ci puntano gli imprenditori, ci sperano i miei amici montanari che hanno un bar o qualche stanza da affittare, o fanno i maestri di sci, o lavorano come operai agli impianti. Questa per me è la parte più dolorosa della storia, perché non c'è un grande nemico, non uno stato o una multinazionale contro cui battermi, ma i miei amici e vicini di casa, il loro lavoro, la loro idea di futuro. Poi ci sono gli sciatori, che qui da noi sono numeri e nient'altro: ogni giornata di ognuno di loro vale una certa somma, perciò basta contarli quando imboccano la valle e fare il calcolo, e così si sa quanti soldi portano alla montagna. Ma lo sanno gli sciatori come si fa una pista da sci? Io credo di no, perché altrimenti molti di loro non sosterrebbero di amare la montagna mentre la violentano. Una pista si fa così: si prende un versante della montagna che viene disboscato se è un bosco, spietrato se è una pietraia, prosciugato se è un acquitrino; i torrenti vengono deviati o incanalati, le rocce fatte saltare, i buchi riempiti di terra; e si va avanti a scavare, estirpare e spianare finché quel versante della montagna assomiglia soltanto a uno scivolo dritto e senza ostacoli. Poi lo scivolo va innevato, perché è ormai impossibile affrontare l'inverno senza neve artificiale: a monte della pista viene scavato un enorme bacino, riempito con l'acqua dei torrenti d'alta quota e con quella dei fiumi pompata dal fondovalle, e lungo l'intero pendio vengono posate condutture elettriche e idrauliche, per alimentare i cannoni piantati a bordo pista ogni cento metri. Intanto decine di blocchi di cemento vengono interrati; nei blocchi conficcati piloni e tra un pilone e l'altro tirati cavi d'acciaio; all'inizio e alla fine del cavo costruite stazioni di partenza e d'arrivo dotate di motori: questa è la funivia. Mancano solo i bar e i ristoranti lungo il percorso, e una strada per servire tutto quanto. I camion e le ruspe e i fuoristrada. Infine una mattina arrivano gli sciatori, gli amanti della montagna. Davvero non lo sanno? Non vedono che non c'è più un animale né un fiore, non un torrente né un lago né un bosco, e non resta nulla del paesaggio di montagna dove passano loro? Chi non mi crede o pensa che io stia esagerando faccia un giro intorno al Monte Rosa in estate: sciolta la neve artificiale le piste sembrano autostrade dai perenni cantieri, circondate da rottami, edifici obsoleti, ruderi industriali, devastazioni di cui noi stessi malediciamo i padri. Ora, lo scambio per i montanari è chiaro. I soldi dello sci e del cemento, o l'integrità dal valore incerto del paesaggio di montagna? È almeno dagli anni Venti del Novecento che sulle Alpi abbiamo scelto: da un secolo preferiamo i soldi, seguendo un modello economico che bada al presente e trascura il futuro, perché ormai sappiamo tutti – questa è la differenza tra noi e i pionieri, loro potevano essere in buona fede e noi no – che tra altri cent'anni la vera ricchezza non saranno le piste che abbiamo costruito, ma la montagna che abbiamo lasciata intatta. Ne ho la prova ogni volta che accompagno nei luoghi del mio romanzo i giornalisti stranieri, esterrefatti che nel cuore dell'Europa possa esistere un mondo selvaggio di tale bellezza, e sono certo che verrebbero in tanti ad ammirarlo, se fosse un parco. Lo dico con affetto ai miei amici montanari: fermatevi, pensate ai figli. L'integrità di quel vallone per loro varrà mille volte di più di qualsiasi pista costruirete, quella è la vera eredità che gli spetta, il patrimonio che gli state portando via: vorranno sapere che cos'era un torrente, un lago, una distesa di erioforo, che rumore faceva un blocco di ghiaccio quando cadeva dallo strapiombo per schiantarsi sulle rocce. Da quei figli non sarete ricordati come portatori di prosperità e progresso, sarete ricordati come i distruttori. Chiedetevi se è questa la memoria di voi che volete lasciare. (Questo pezzo è uscito su Robinson del 16 luglio)
Paolo Cognetti

mercoledì 13 settembre 2017

Un mercoledì Orobico, alle sorgenti del Brembo

Un anello ricco di bellezze naturali, in ambienti straordinari e molto diversi tra di loro. Lungo il percorso si raggiungono le sorgenti del fiume Brembo, nella conca glaciale contornata dal Pizzo del Diavolo di Tenda, dal Pizzo Poris e dal Monte Grabiasca. Dopo alcuni approfonditi studi, gli archeologi ritengono che qui ci fosse un antico santuario celtico dedicato alle divinità dei monti. Si tratta di un'escursione impegnativa, sia per la lunghezza che per il dislivello. È consigliata una discreta preparazione fisica nel camminare per terre alte.

Dall'autostrada A4 (Milano-Venezia), si esce al casello di Dalmine e si proseguire fino a Villa d'Almè, per poi proseguire con la statale 470 della Valle Brembana fino al bivio di Lenna. Lasciata a sinistra la deviazione per il Passo San Marco, si continua sulla destra seguendo le indicazioni per Foppolo. Oltrepassato il paese di Branzi, si svolta a destra in direzione di Carona. Arrivati in paese, si svolta a sinistra in Via Locatelli e dopo aver acquistato il gratta e sosta (2 euro - Bar Stella Alpina), si prosegue in Via Carisole seguendo le indicazioni per i rifugi . Si parcheggia l'auto in prossimità di un ampio tornante, dove sulla destra inizia la strada dell'Enel, chiusa al traffico (1220 m).
Si inizia a seguire con buona pendenza la strada inizialmente asfaltata (sent. 210), fino a raggiungere la frazione Pagliari (1314 m - fontana). Attraversata la borgata, si passa nei pressi della suggestiva cascata che scende dalla val Sambuzza, per poi continuare fino alla località il Dosso (1475 m - fontana). Abbandonata la strada da cui poi si farà ritorno, si imbocca il sentiero 209 a sinistra indicato da una palina segnavia (Lago Val Sambuzza/Passo Publino). Si guadagna quota costantemente in un bel bosco, fino a incrociare il "Sentiero delle Orobie Occidentali" (sent 208), che si inzia a seguire verso destra in direzione dei rifugi Calvi e Longo. Dopo un lungo traverso a mezza costa, si arriva a una bella baita ristrutturata, tralasciato il sentiero a destra per il "Baitone", si prosegue seguendo la strada sterrata verso il rif. Longo. Si perde leggermente quota fino a raggiungere una palina segnavia, tralasciata la strada sterrata che scende verso il Lago del Prato, si prosegue seguendo il sentiero 224 (Rifugio F.lli Longo/Passo di Cigola/Passo di Venina). Su strada sterrata, con una lunga e panoramica traversata sotto il Monte Massoni, si raggiunge il Rifugio Fratelli Longo, posizionato su un dosso a dominare la valle del Monte Sasso (2026 m - fontana). Si prosegue sempre su strada sterrata alle spalle del rifugio verso il Lago del Diavolo. Dopo pochi minuti si abbandona la sterrata e si segue a destra un sentiero contrassegnato da segnavia bianco/rossi. Attraversato un ponticello, si passa accanto ad alcune pozze d'acqua, per poi salire ripidamente sulla sinistra verso lo sbarramento del lago. Dalla palina segnavia si attraversa la diga seguendo il sentiero 246 verso i rifugi Brunone e Calvi. Si inizia a salire lungo il pendio a sud dello specchio d’acqua, in direzione della dorsale localmente chiamata Costa di Monte Sasso. Il sentiero guadagna inizialmente quota ripidamente tra sassi affioranti, per poi affrontare un traverso verso sinistra, fino ad arrivare in cresta, in corrispondenza del valico chiamato localmente La Selletta (2372 m), suggestivo il colpo d'occhio sul lago del Diavolo, adagiato in una caratteristica conca ad imbuto ai piedi del Monte Aga. Si prosegue in direzione delle cime che incorniciano l'alta Val Brembana, dal Pizzo del Diavolo di Tenda, al Pizzo di Poris, fino al Monte Grabiasca. Il sentiero prosegue verso sinistra attraversando un pietraia fino a un bivio, tralasciato a destra il sentiero per il rifugio Calvi (sent. 246), si prosegue in direzione est verso il Passo di Valsecca e il rifugio Brunone (sent. 248). Seguendo con attenzione i segni di vernice bianco/rossi si inizia a scendere attraversando pascoli e vallette. Dopo aver guadato alcuni torrenti, si inizia a salire ripidamente oltrepassando la testata della Val Camisana, per poi scendere fino a raggiungere in breve la suggestiva conca da dove nasce il fiume Brembo. Dalla palina segnavia si inizia la lunga discesa a poca distanza dal Brembo, in direzione del rifugio Calvi (sent. 225). Dopo aver guadato il torrente per un paio di volte, il sentiero diventa meno ripido e in breve si arriva nel vallone sottostante, raggiungendo la Baita del Poris (1956 m). Si prosegue in falsopiano per un breve tratto, per poi salire fino a raggiungere il Lago Rotondo (1972 m), da dove si può già vedere il rifugio F.lli Calvi, che si raggiunge dopo aver costeggiato la sponda destra del lago (2006 m - fontana). In prossimità del rifugio una meridiana permette di riconoscere tutte le cime circostanti. Si inizia a seguire la strada sterrata scendendo verso il Lago di Fregabolgia che si raggiunge in pochi minuti (1953 m). Dopo aver costeggiato il lago, si continua a scendere arrivando nella valletta dove è adagiato il Lago del Prato (1650 m). Attraversato il ponte si tralascia la strada a destra che sale verso il rifugio Longo e si prosegue fino a ritornare alla località il Dosso, da dove si ripercorre il medesimo percorso fatto all'andata.
Malati di Montagna: Danilo e l'homo selvadego


Pagliari: la memoria nella pietra
Dopo le ultime case di Carona, ai margini della strada carrareccia che porta al Rifugio Calvi, spunta sulla destra, in una piccola ma suggestiva radura, la frazione di Pagliari. Il caratteristico borgo antico si presenta ben conservato nella sua architettura rustica. Si tratta di una “contrada di pietra”, costruita con le ardesie delle montagne vicine. Dopo l’apertura della Via Priula verso la fine del Cinquecento, transitavano abitualmente da qui i trafficanti, spesso contrabbandieri, diretti in Valtellina e nei Grigioni, per praticare i loro traffici senza dover passare sotto le forche caudine della dogana veneta di Ca’ San Marco. Così Pagliari è stata per secoli la “sentinella” dei viandanti, l’ultimo bivacco prima dello strappo finale sui tracciati transorobici. Fino agli anni ‘30 e ‘40 Pagliari è stata una frazione viva, con il suo centinaio di abitanti dediti all’agricoltura e all’allevamento. Dal dopoguerra, si è invece verificato un progressivo declino e abbandono del villaggio: agli inizi degli anni ’60 vi viveva già solo una dozzina di famiglie. Soprattutto i più giovani hanno preferito scendere a valle, nelle belle case di Carona, o si sono trasferiti in città, attratti dalle opportunità offerte da Bergamo e Milano.


la suggestiva cascata alimentata dal torrente che scende dalla Val Sambuzza


Rifugio Fratelli Longo 2026 m
È situato nell'alta Valle del Sasso, sotto al Lago del Diavolo, è dedicato ai fratelli Giuseppe e Innocente Longo, tragicamente scomparsi nell'agosto del 1934 sul Cervino.



Lago del Diavolo 2142 m


Lago del Diavolo dal Passo della Selletta


5 minuti di riposo prima di proseguire verso le...


...sorgenti del Brembo


Diavolo di Tenda e Diavolino dal rifugio Calvi


Lago Rotondo 1972 m



Rifugio Fratelli Calvi
Il rifugio è situato in una magnifica conca, circondato dalle cime del Pizzo del Diavolo e Diavolino, Grabiasca, Madonnino, Ca' Bianca e Poris. È dedicato ai quattro fratelli Calvi: Attilio, Santino e Giannino caduti da eroi durante la prima guerra mondiale, e Natale precipitato dalla parete nord dell'Adamello nel 1920. Il vecchio edificio del 1935 è stato completamente rifatto nel 1984.


Lago Fregabolgia 1957 m


lungo la strada di ritorno...a conclusione di una bellissima giornata...


dettagli e traccia gpx